In La dissonanza del pendolo la dinamica che attraversa la storia non riguarda solo i luoghi. Si estende al lavoro, alle relazioni e a un tempo storico preciso, in cui certezze professionali e personali cominciano a perdere consistenza.

Al centro del romanzo, attorno a Massimo, il protagonista, prende forma un equilibrio instabile, fatto di legami che si avvicinano e si allontanano senza mai rompersi del tutto. L’incontro con Beatrice si inserisce in questo spazio e ne altera la geometria: fedeltà, desiderio e lealtà smettono di procedere su binari separati. Non c’è un’esplosione improvvisa, ma una lenta ridefinizione delle posizioni, fatta di prossimità inattese, di silenzi e slittamenti progressivi.

Questo intreccio si muove dentro un contesto che non resta sullo sfondo. Il declino del settore delle telecomunicazioni e il disfacimento di Italtel accompagnano la traiettoria dei personaggi come esperienza concreta di perdita di orientamento e di senso, senza mai trasformarsi in tesi o denuncia.


Il Paese che emerge resta sullo sfondo in cui le vite si muovono, con le sue inerzie e le sue stratificazioni, senza essere chiamato a rappresentare un destino collettivo.

Per Massimo, il rifugio nel cottage in Kenya e i viaggi lontano non sono mete da inseguire né esperienze da collezionare. Sono pause necessarie, interruzioni temporanee del lavoro e delle sue pressioni quotidiane — spesso concentrate in poche settimane — che permettono di guardare con maggiore lucidità ciò che tiene ancora insieme le cose e ciò che, ormai, non regge più.

In questa condizione di sospensione prende forma la domanda su ciò che resta quando l’equilibrio costruito nel tempo non basta più.

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